Nunc stans Versi liberi

Gli autori
Tamagnini Gianfranco

Tamagnini Gianfranco

Dottore Magistrale in Scienze Infermieristiche ed Ostetriche

L’uomo è sempre desideroso di “ritrovare un tempo perduto”, fors’anche dissipato, per recuperarlo, liofilizzarlo, storicizzarlo, comprimerlo in un punto d’un eterno presente, in un nunc stans, nel quale sognare di poter “imbrigliare anche il futuro”, in un limbo aureo dove catalizzare e far convivere l’irruzione nella vivida, irresistibile autenticità dell’esperienza. Non semplicemente un desiderio di intensissima sensazione di riuscire a “dare delle occhiate all’aldilà”, non dopo, ma “sempre adesso”. 
L’esercizio dell’arte, attraverso la musica, le immagini, la prosa, consente di far trasparire la sehnsucht, ovvero l’anelito struggente e mai sufficientemente compiuto all’infinito. Un moto inquieto e nostalgico, un’ardente brama di sondare e comprendere quanto riposa oltre i limiti del finito, allontanandosi dal presente col suo “attimo colpevole”, per immergersi in una dimensione cosmica fuori dal tempo, adesa all’impareggiabile sofferenza per l’inattuabilità di appagamento di tal desiderio. 
La scrittura – e la contemplazione della parola – può assurgere ad una sorta di meditazione che avviluppa i sensi, schiudendo una relazione fra colui che guarda ed il sacro cosmo del mistero. 
La parola – come pura espressione metafisica – ha da sempre aiutato il “suo creatore” a “governare” la sua traiettoria esistenziale, a descrivere la vita attraverso quella sublimazione sensoriale ed emozionale, capace di penetrare il pensiero. 
La necessità di descrivere il mondo delle cose, il cosmo delle emozioni, lo stesso esser-ci in queste ineludibili dimensioni, spinge alla ricerca del “logos perduto”, ad una sorta di “autopsia della parola”, per trovare in essa quasi la verità della vita. Il pensiero - che anche attraverso la potenza espressiva della parola si struttura -  potrà anelare a trovare pace temporale in quel “nunc stans” criptico ed inafferrabile, “capace” di esprimere ed evidenziare quell’ego, che attende miracolosamente di collocarsi - nella possibilità del discernere nel mondo -  sul limite fra passato e futuro, in un mai sufficientemente agognato “presente eterno”. 


L’Autore

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