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Estraneo e Conosciuto in psicoanalisi
VIII n. 1-2 - 2020
    Psicoanalisi

    KOINOS
    Estraneo e Conosciuto in psicoanalisi
    VIII n. 1-2 - 2020

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KOINOS Estraneo e Conosciuto in psicoanalisi VIII n. 1-2 - 2020

Gli autori

Il titolo di questo numero di Koinos, Estraneo e Conosciuto in psicoanalisi, ci riporta alle origini del pensiero freudiano: «unheimlich [perturbante] è evidentemente l’antitesi di heimlich […], e quindi familiare […] non tutto ciò che è nuovo e inconsueto è spaventoso, la relazione non è reversibile» (Freud, 1919).
I lavori qui raccolti, nella loro varietà di vertici, attraversano le dimensioni dell’Estraneo-Conosciuto nell’evoluzione del pensiero psicoanalitico e nell’incontro con esse nella stanza d’analisi, tanto nella dimensione individuale quanto in quella gruppale.

Apre il numero il lavoro di Goriano Rugi, (Est)etica nel gruppo. Note sulle radici proto-mentali dell’etica, in cui l’autore ipotizza che la dimensione estetica sia un momento essenziale dello stesso aspetto etico del gruppo.
«Il gruppo sin dall’inizio è un oggetto estetico, e come tale ha un “potere trasformativo” (Harris Williams, 2010); esso si mostra, è lì, nel suo essere “cosa”, e questo suo esistere, questo suo mostrarsi davanti a noi, desta meraviglia. È la meraviglia che esista qualcosa come un gruppo, un cerchio, che ci avvolge e ci ingloba e di cui facciamo parte, perché il fatto stesso che il gruppo esista, che resista, che si riunisca una o due volte alla settimana, è già un piccolo miracolo, che ci fa assistere ogni volta al mistero e alla meraviglia della nascita. Il gruppo quindi sin dall’inizio è un oggetto estetico, e non potrebbe essere altrimenti per una esperienza originaria che si pone quale azione del riunire insieme persone da potersi abbracciare con un colpo d’occhio, per ascoltare e narrare storie intorno ad un fuoco o condividere lo strazio del dolore per i defunti. Questa meraviglia spaventa e affascina insieme, non solo ci toglie la parola, ma va oltre la parola, e in questo senso urta contro i limiti del linguaggio». 
La configurazione spaziale del gruppo come prima trasformazione, fonda il gruppo stesso dove il “cerchio” realizza una vera e propria curvatura dello spazio e del tempo che introduce la possibilità esperienziale dell’incontro come significazione e esperienza affettiva del legame.
Intesa come legame intersoggettivo e interiorizzato la dimensione etica assume significato nello spazio gruppale nella misura in cui il gruppo può consentire di affinare le capacità di «condividere il dolore, e la gioia, ma anche di accettare le differenze. Solo così possiamo sperare di aumentare la nostra capacità di accogliere il reale, la brutalità delle cose, l’alterità, nostra e dell’altro, di imparare a sognare insieme, di fare spazio dentro di noi, di rispettare il mistero della vita, che richiede una cura continua, e la capacità di meravigliarsi di fronte alla bellezza che ci circonda e a quella che la creatività umana non cessa di realizzare».
Segue il contributo di Diletta La Torre, Il lavoro del perturbante: per un’analisi non addomesticata.
«Quando il perturbante entra nella stanza d’analisi è possibile una nuova messa in scena del contenuto del rimosso, degli affetti e delle rappresentazioni ad esso collegati, ciò crea il presupposto per un nuovo vissuto che ne attenua l’effetto angoscioso e lo trasforma in insight. È lo stesso presupposto dell’efficacia conoscitiva e terapeutica dell’analisi, ma tutto ciò coesiste con il fatto che l’analisi stessa è perturbante, a partire dal transfert e dal setting che sono i veri contenitori trasformativi del perturbante stesso. Purché ciò avvenga pienamente è necessario che noi stessi siamo consapevoli della necessità di accogliere il perturbante nella stanza di analisi, di essere disponibili a risentirne la turbolenza emotiva».
«Il perturbante e il familiare, e correggo: il perturbante è il familiare». 
Dove l’estraneo è perturbante ma «il familiare provoca effetti perturbanti allorché assume i caratteri dell’estraneo, cioè quando perde la qualità rassicurante della familiarità per assumere improvvisamente la qualità angosciante dell’estraneità, associata all’ignoto, allo sconosciuto potenzialmente ostile e minaccioso».
A differenza della funzione del perturbante nell’estetica, tornando nella nostra stanza di analisi, la valenza terapeutica è relazionale, il perturbante si “muove” nell’esperienza emotiva dell’incontro.
«Il processo terapeutico è un viaggio pieno di ostacoli di ogni genere, che sorgono continuamente sotto la spinta inconscia, a opporsi all’iniziativa stessa del viaggio e al suo proseguimento» scrive Elena Mobasser, nel suo lavoro Come le onde del mare.
Attraverso il racconto di un “viaggio” analitico, e dell’analista e della paziente, l’autrice racconta l’esperienza dell’incontro di tormenti interni, di conflittualità «tra moti passionali estremamente intensi, frenati da codici culturali, etici e comportamentali, nativi, istintivi» dove l’esplorazione di questo mondo per la coppia analitica «consente un’apertura di orizzonte, in contatto con elementi inaccettabili dalla coscienza, in relazione con il travaglio dei conflitti che ne derivano, dell’intricato coacervo di pulsioni sregolate, ribollenti, sottese da passionalità molto forti, che hanno impossibilità di espressione diretta e devono per forza trovare una via di mediazione, di compromesso, di mascheramento».
Evidenziando così le passioni come fattore perturbante «occorre apprendere dall’esperienza e che l’esperienza nuova e inconsueta, è quella con cui ci si incontra nella situazione analitica», andando a «vedere i legami tra ciò che si trova da una parte e dall’altra, della frattura apparente».
Lo stesso Corrao ci ricorda che per «il sapere, la conoscenza, i principi conoscitivi, possono essere acquisiti solo dopo l’esperienza, non prima. Ciò che possiamo conquistare è un avvicinamento, continuo e inarrestabile, alla verità, che però non potremo mai cogliere come dato assoluto, perché la materia di cui ci occupiamo, è in continuo divenire. La conoscenza che cerchiamo di conquistare, non è statica bensì dinamica». 
Fabrizio Nicosia in Sull’ultima parola…il perturbante come dimensione fondativa del vertice psicoanalitico si interroga sullo statuto della psicoanalisi e sul suo oggetto di studio evidenziando come esso abbia a che fare con il «tentativo di descrivere l’esperienza “interna” di un incontro: incontro, questo, che si situa “naturalmente” in uno spazio a margine della “vita in comune”».
«Lo statuto della relazione analitica è la “marginalità”. Questa può essere descritta come una situazione-limite definita da due o più individui marginali (Kaës, 1976): uno psicoanalista che si muove alla periferia di diverse regioni e uno o più pazienti che generalmente sono considerati, e spesso si considerano, degli “interlocutori frustranti” proprio per la sofferenza che vivono. 
Questi individui, incontrandosi, insieme definiscono una situazione che li porta a stare, ovvero a “con-sistere in limine”, partendo dal mettere in comune proprio tale marginalità.
In tal senso come scrive lo stesso Corrao (1975) anche la psicoanalisi è “[…] un esercizio di conoscenza o di consapevolezza relazionale la cui condizione di base consente una trasformazione e ricomposizione non solo dell’universo epistemico interno in quanto riferito all’individuo, ma dell’universo epistemico in generale in quanto riferito al sociale”».
Nicosia aggiunge: «Più si cerca di indagare i confini o la profondità di un oggetto e più ci si ritrova immersi nell’ambito del perturbante. Con la propria identità, ogni categorizzazione comincia a vacillare: spazio, tempo, causalità sembrano perdere non solo la loro linearità (il che sarebbe ben poca cosa dopo Einstein), ma il loro stesso fondamento e la loro capacità di rendere possibili distinzioni certe».

Seguono alcuni contributi che narrano esperienze di gruppo in cui l’incontro con le dimensioni emozionali dell’Estraneo e del Conosciuto si realizza in complesse situazioni di vita, che possiamo dire “marginali”, ai limiti. 
Nelle specifiche varietà dei vertici di osservazione, le esperienze del gruppo con i senza fissa dimora, del gruppo di sostegno a famiglie adottive, del gruppo con donne operate di carcinoma al seno, mettono a contatto con “luoghi” fisici, psichici, fantasmatici, corporei, in cui qualcosa che è consueto, conosciuto e familiare diviene al tempo stesso spaventoso, disorientante, estraniante. 

Giuseppe Riefolo e Silvia Raimondi in Homelessness: il gruppo e la dimora, Un gruppo psicoanalitico aperto per senza fissa dimora narrano come la dimensione gruppale ha rappresentato un’opportunità trasformativa «della condizione dissociativa homeless che, necessariamente comporta l’esposizione del paziente a possibili percorsi di “frustrazione ottimale” (Kohut, 1984). Il primo livello di questa “frustrazione ottimale” ciascun partecipante lo sperimenta nel doversi confrontare con “lo stato emotivo del gruppo e con quella parte di Sé che partecipa allo sforzo del gruppo per mantenerlo” (Bion, 1961)».
Il decorso delle sedute presentate evidenziano il passaggio da elementi concreti direttamente collegati all’accesso al gruppo, vissuti dai partecipanti anche con toni persecutori, al qui ed ora del gruppo dove è possibile far emergere attraverso la dimensione relazionale e psicologica degli scambi immediati un contenitore gruppale che permette l’emergere e l’evolversi di «elementi affettivi, spesso dell’ordine familiare, parallelamente a elementi di sostegno riconosciuti nel gruppo (la polizia municipale) fino a potersi permettere rappresentazioni soggettive (da barbone alla esperienza di essere stato scemo…) che si declinano nella possibilità di rappresentarsi in una possibile storia. Non si tratta semplicemente della “mera presenza di altri. Il punto cruciale è la reciprocità: essere veramente sentiti e visti dalle persone intorno a noi, sentire di essere compresi nella mente e nel cuore di qualcun altro”» (Van der Kolk, 2014)”.
«Nell’incontro con l’altro, la specularità/mirroring che il gruppo permette viene immediatamente – e a varia intensità – sperimentata in ambito persecutorio. In questi casi, bisogna “giocare in diretta” la persecutorietà proponendo il vertice affettivo e riflessivo dei conduttori che cercano di tenere il gruppo e giocare con la violenza persecutoria attraverso “la costruzione interpersonale della realtà in cui diviene possibile giocare con il significato (rendendolo meno concreto)” (Bromberg, 1998)».
L’attenzione costante dei conduttori è nella costruzione e manutenzione continua di un clima in cui sia sentito possibile non essere soli mentre si provano emozioni persecutorie distruttive e violente, permettendo al gruppo di rivivere e rielaborare il proprio passato in un contenitore sentito come sicuro.
L’incontro attraverso il gruppo come possibilità di relazione di riconoscimento.
Luisa Roncari, Antonio Nettuno, Maddalena Colzani in Adozione e gruppo. Verso un modello di intervento integrato e transgenerazionale raccontano l’esperienza di un gruppo di sostegno alla genitorialità adottiva.
Attraverso il gruppo queste famiglie hanno la possibilità di sperimentare una condivisione che favorisce il percorso di parentificazione/filiazione proprio dell’adozione trasformando la loro a-nomala modalità di accesso all’essere famiglia in un’esperienza di famiglia possibile, comune e pensabile, dove l’attesa e la filiazione assumono connotazioni reali, fantasmatiche e transgenerazionali.
«Le resistenze a dare parola in famiglia agli eventi e alle emozioni legate alla storia adottiva attivate da questi vissuti emergono nel gruppo, che consente di dare parola anche all’indicibile e all’intollerabile all’interno del contenitore protettivo costituito da un rispecchiamento accogliente e non giudicante da parte degli altri membri del gruppo».
Cecilia Dolcemascolo, La comunicazione, riflessioni su un gruppo esperienziale con donne operate di carcinoma al seno, racconta dell’incontro trasformativo all’interno di un gruppo esperienziale di donne in cura oncologica, dove la possibilità di dare voce alle percezioni, alle emozioni e di condividerle ri-conoscendole permette di ritrovare il senso comune, avviando la possibilità di trasformazione della dimensione emotiva intrappolata e paralizzata da un “nutrimento” che in una prima parte appare conflittuale e rifiutato per poi trasformarsi in un nutrimento materno positivo.

Segue la Cronaca del congresso SIEFPP, L’ascolto psicoanalitico, efficacia e fattori terapeutici della psicoterapia, svoltosi a fine Febbraio 2020, di Paola Tabarini. Emerge dal racconto dell’autrice l’esperienza di un incontro in un clima pre-lockdown dove il tema dell’ascolto e del silenzio in analisi si trasforma oggi, in epoca lockdown, in “ascolto del silenzio”.
Scrive l’autrice: «Ascoltare il silenzio è l’assetto che tutti noi stiamo mettendo in campo in questo momento critico, attraverso un ascolto psicoanalitico delle persone che ci chiedono aiuto ma anche dei nostri pazienti in quest’epoca di coronavirus che ora contempla i mezzi dati in prestito dalla tecnologia, tenuti lontano dal nostro lavoro fino a prima dell’emergenza e che ora, invece, rappresentano una strada percorribile almeno per riuscire a mantenere un legame con i pazienti».

Chiudono il volume il ricordo di Fausto Petrella a cura di Panfilo Ciancaglini e Enrico Varrani e il ricordo di Diletta Del Bono di Maria Bruna Dorliguzzo.

Scrive Bion (1967): «Le emozioni svolgono, per la psiche, una funzione simile a quella che i sensi svolgono in relazione agli oggetti situati nel tempo e nello spazio. Ciò vale a dire che, nella conoscenza personale, la controparte del modo di vedere del senso comune è il modo di vedere delle emozioni comuni».
O come direbbe Freud (1919) «Il perturbante è quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare».

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